Salvataggio banche venete ed effetti per i risparmiatori

Si è discusso molto in questi giorni del salvataggio delle banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca). Più che di salvataggio si dovrebbe parlare di liquidazione, con svendita a Intesa SanPaolo che acquisterà le due banche al prezzo simbolico di un euro, portandosi a casa tutti i rapporti in bonis e lasciando i rapporti problematici a una bad bank statale.

Una situazione che non poteva non generare polemiche visto che lo Stato (e quindi i contribuenti) mette i soldi e Intesa prende le banche salvate e ripulite da ogni credito dubbio e senza nessun impatto sul patrimonio (senza quindi necessità di un aumento di capitale).


Anzitutto occorre chiarire che il Sistema unico di risoluzione bancaria (Srb) europeo non ha considerato le due banche venete entità di interesse pubblico europeo. Non si è quindi applicato il famoso bail in, come può sembrare leggendo i giornali italiani. Si è seguita invece la procedura italiana di liquidazione coatta delle banche, con definizione dei dettagli tramite un decreto ad ho emanato dal governo italiano.

Come purtroppo succede in questi casi, specie in Italia, più che affrontare e discutere del problema, è partito il rimbalzo di accuse e controaccuse, piene di retorica ma prive di oggettività.


Retorica è la posizione di Intesa quando sostiene come abbia agito per responsabilità. Nei fatti non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare (e l’andamento in Borsa lo testimonia). Ma certamente non gliene si può fare una colpa, ha fatto i proprio interessi e quello dei suoi azionisti. Il problema semmai sta altrove.

Retorica è la posizione di chi sostiene che si sono salvati i correntisti e i risparmiatori delle due banche oltre ai dipendenti. La realtà è molto più complessa, ma di fatto altre soluzioni non avrebbero colpito correntisti, la gran parte dei risparmiatori e i dipendenti delle due banche.

Retorico è chi già sostiene che lo Stato non ci perde, quando è certo che lo Stato ci mette i soldi, e altamente probabile che l’operazione si chiuderà, tra parecchi anni, comunque in perdita (altrimenti non si capisce perché Intesa non si sia addossata anche un minimo di rischio con l’opportunità di guadagnare).

Costi per lo Stato

Partiamo quindi analizzando i costi dell’operazione.
L’esborso immediato da parte dello Stato è pari a 5,2 miliardi. Il grosso (4,78) sono una garanzia ad Intesa per evitare che l’operazione influisca sui suoi indici di bilancio. In pratica sono soldi che servono ad evitare alla banca di dover effettuare un aumento di capitale, come avvenuto per esempio recentemente in Spagna con l’acquisizione del Banco Popular da parte di Santander.

Lo Stato in generale mette sul piatto, oltre i 5,2 miliardi immediati, garanzie relative ai crediti pari a circa 12 miliardi. L’impegno totale è quindi di circa 17 miliardi, anche se è corretto non considerarli tutti come costo effettivo. I 12 miliardi non si trasformano in spesa immediata perché al momento coperti dagli attivi delle due banche.

Su questi attivi delle banche però non c’è alcuna certezza sulla possibile valorizzazione futura. Appare sicuramente ottimistico (o semplice opportunismo politico) l’analisi di Governo e Banca d’Italia per cui alla fine lo Stato ci perderà poco o nulla (o addirittura guadagnerà).

Quel che è certo è che ci vorranno anni per capire quanto sarà effettivamente costata l’operazione di salvataggio.
Lo Stato potrà bilanciare le cifre impegnate vendendo alcuni asset delle due banche, in particolare le partecipazioni in Bim , Arca, Farbanca e Claris. Si stima una cifra di 1,7 miliardi.

Ma il grosso del recupero dovrà arrivare dalla vendita o dalla gestione dei crediti deteriorati (Npl) che valgono in tutto 17,6 miliardi. E qui ovviamente le stime sono differenti.
Nelle sue previsioni ottimistiche Banca d’Italia indica un possibile recupero di 9,9 miliardi. Alcuni ricordano il caso Banco Napoli in cui in effetti il recupero dei crediti fu molto positivo. Ma dimenticano che ci sono voluti 20 anni per raggiungere quei risultati e in una situazione congiunturale molto migliore.

L’incertezza sul recupero di questi capitali è dovuta alla forte variabilità dei prezzi ottenibili dalla cessione dei crediti, in base alle tipologie e alle garanzie sottostanti. Unicredit ha da poco effettuato una cartolarizzazione che ha valorizzato i crediti al 12%. Al momento sul mercato ci sono valorizzazioni che vanno dal 42% circa per i crediti garantiti da immobili al 3-5% per quelli senza garanzie. Pensare di recuperare il 50% dei crediti dubbi delle due banche venete quindi, anche se i tempi potranno essere più lunghi, è sicuramente ottimistico.

Ci sarebbe poi da ricordare come tramite Cdp lo Stato ha già ha investito mezzo miliardo nel Fondo Atlante, un investimento ora azzerato.

Le critiche all’operazione però non derivano tanto dai costi, ma dal fatto che se li assuma solo lo Stato.
Recentemente Santander ha effettuato il salvataggio di Banco Popular, sesta banca spagnola per dimensioni. E’ vero che il caso spagnolo è rientrato nelle regole della direttiva Brrd (bail in) ma in questo caso il salvatore si è dovuto assumere anche i debiti dubbi, tanto da esser costretto ad un aumento di capitale da 7 miliardi.

Difficile fare previsioni su come poteva andare, ma stime attendibili rilevano come sarebbero bastati
1,2 miliardi di euro da privati e 6,5 miliardi di ricapitalizzazione pubblica per mandare avanti le due banche venete.
Ed il paradosso è che a maggio quattro fondi d’investimento internazionali avevano offerto una ricapitalizzazione di 1,6 miliardi nel rispetto della normativa europea. Ma nessuno in Italia ha risposto.

Non è quindi vero che l’intervento pubblico di queste dimensioni era inevitabile. Come è palesemente falsa la retorica del salvataggio di clienti e dipendenti (per non parlare dell’assurde dichiarazioni sul fatto che questo salvataggio non influisca sul debito pubblico).


Tutto questo è la conseguenza di una classe politica (tutta) non all’altezza. Aggiungerei infatti che non ci sono solo le banche venete, ci sono state Etruria e Banca Marche, ci sono Carige, Banca popolare di Bari, MPS in attesa di soldi pubblici. E allargando lo sguardo, Alitalia ed Ilva.

Colpe

E’ evidente che le colpe principali del fallimento delle due banche siano di chi li ha amministrate negli anni passati. Le motivazioni del fallimento infatti sono dovute ad una  gestione allegra (e in vari casi truffaldina) e a finanziamenti concessi senza criterio a società e persone amiche.
Ma anche chi li ha amministrate negli ultimi anni ha più demeriti che meriti. Si è perso tempo a cercare una soluzione, a litigare e fare inutili aumenti di capitale sperando di tamponare la situazione e rinviando una possibile operazione che avrebbe dato una svolta.

Non da meno c’è da chiedersi dove sia stata la vigilanza, in particolare Banca d’Italia, impegnata a verificare la correttezza formale dei fogli informativi, ma che nulla fa, ancora oggi, sui conflitti di interesse che hanno affossato il sistema bancario.

Sui conflitti di interesse in banca infatti ci sarebbe da scrivere un libro. Perché sia chiaro che la situazione in tutte le banche italiane è simile, con finanziamenti e “appalti” dati senza senso e senza criterio economico o creditizio. La maggioranza del sistema ha comunque retto grazie ai buoni guadagni dall’operatività tradizionale (a scapito spesso di risparmiatori e piccole imprese) riuscendo in tal modo a coprire le magagne.

Il discorso non vale solo per i vertici aziendali ma in generale il management bancario, e coinvolge anche i dipendenti.
Non siamo a livello di Banca Etruria, dove i dipendenti hanno affibbiato allegramente obbligazioni subordinate a migliaia di risparmiatori ignari dei rischi del prodotto. Ma certamente anche qui si è assistito alla vendita di prodotti non conformi al rischio degli investitori (come vedremo meglio nel successivo paragrafo).

E come per l’alto management, anche da parte dei dipendenti non c’è alcun pentimento per aver venduto, in barba alle regole della Mifid, prodotti finanziari rischiosi a risparmiatori privi di cultura finanziaria. Solo l’egoismo di pensare alla sicurezza del proprio posto.
Sicurezza che, è utile ribadirlo a costoro (così come a quello di altre banche salvate), è garantito con i soldi delle tasse degli italiani. Nessun dipendente infatti perderà il posto, situazione che stride con la realtà degli altri lavoratori che, quando la loro azienda va in liquidazione, al massimo possono contare su un periodo di cassa integrazione straordinaria.
Con i soldi dello Stato, Banca Intesa accompagnerà ad un generoso prepensionamento circa 4.000 bancari che mediamente percepiscono stipendi ben superiori alla media.

Investitori – correntisti

Ho già discusso della retorica del salvataggio di correntisti e dipendenti. Sui dipendenti, vedi sopra. Sui correntisti, vediamo di chiarire alcuni aspetti.

Con il bail in classico sarebbero stati colpiti oltre agli azionisti e agli obbligazionisti subordinati, anche i correntisti oltre 100.000 euro e, almeno in parte, gli obbligazionisti ordinari.
Con la procedura nazionale adottata dal governo si sono esclusi i correntisti (ma in realtà, con la crisi ormai palese da mesi e la fuga di liquidità, non c’era più nessuno con conti correnti superiori a 100.000 euro) e gli obbligazionisti ordinari.

Fanno festa quindi gli obbligazionisti ordinari, specie quelli che, speculando, hanno acquistato i titoli negli ultimi mesi portandosi a casa notevoli plusvalenze. E’ andata male invece a chi ha tentato la stessa operazione sui titoli subordinati che ora vedono azzerato il loro investimento.

Chi ha comprato i subordinati in contropartita diretta dalla banca (e non sul mercato secondario) entro il 12 giugno 2014, potrà mettersi in fila per la lunga e complessa procedura dell’indennizzo forfettario. Le regole prevedono un indennizzo all’80%, Banca Intesa potrebbe coprire il restante 20%. Qualche dubbio sul recupero rimane considerando che gli obbligazionisti subordinati di MPS sono ancora sospesi e che la cifra stanziata da Intesa è di soli 60 milioni di euro (mentre i bond subordinati sono pari a 1,2 miliardi).


Se hai un conto corrente in Banca Popolare di Vicenza o in Veneto Banca, di fatto sei diventato cliente di Intesa Sanpaolo.  Quanto alle condizioni economiche, per ora non cambiano, ma è probabile che col tempo Intesa adatti le condizioni dei conti correnti acquisiti ai propri.
Discorso analogo se hai un mutuo: se finora hai pagato regolarmente (e non rientri quindi nei crediti dubbi), il tuo contratto rimane in essere presso Intesa Sanpaolo.

Azzerato invece il valore delle azioni di 210 mila risparmiatori, il cui valore comuque, dopo l’intervento del Fondo Atlante, era già ampiamente ridimensionato. Resta il dubbio di cosa succederà a coloro che non hanno aderito alle due Offerte pubbliche di transazione (Opt) presentate dalle due banche venete. Potrebbe prospettarsi un infrazione per il trattamento diverso subito dagli azionisti.
Ma soprattutto potranno continuare le cause legali. Numerose autorità (Banca d’Italia, Bce, Consob, Antitrust) nei mesi scorsi hanno sanzionato le due banche venete per pratiche commerciali scorrette, riprofilature Mifid opportunistiche, operazioni “baciate”. Pratiche che le stesse banche hanno riconosciuto.

Non c’è quindi ombra di dubbio che gli azionisti possano ottenere ragione, anche se occorrerà vedere come e quando. Il problema è capire ora chi pagherà il risarcimento di queste persone. Sicuramente non Intesa San Paolo, che infatti si è preoccupata che nel decreto legge fosse chiaramente esclusa questa ipotesi. Facile pensare che i costi saranno addossati alla bad bank ed in sostanza, ancora agli italiani.

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